MISSIONE IN SUD SUDAN: DIARIO DI VIAGGIO - prima parte

Juba (Sud Sudan), 25 luglio 2006 - Le due emozioni percepite alla partenza di questo viaggio per il Sud Sudan erano incertezza e curiosità, non sapevo ancora cosa aspettarmi. L'Africa l'ho vista ballando sotto le piramidi di Giza un punto di vista privilegiato, ma troppo distante dal quotidiano di questo continente.

All'arrivo a Juba, la capitale del sud, mi rendo subito conto delle condizioni della città.
Le strade asfaltate sono rare, tutti si muovono a piedi o in bicicletta, le macchine sono rarissime, non esiste un centro cittadino, non ci sono lampioni, tutto è illuminato da piccoli lumini, le poche case in muratura sono mal messe e si alternano a semplici agglomerati di capanne. Vedo i primi bambini vestiti di nulla giocare davanti a case spoglie, qualcuno gira solo per strada quasi sempre a piedi nudi ma al nostro passaggio non esitano a salutarci. Vedo una città segnata da decenni di guerra tra Nord e Sud, dove ogni tipo di sviluppo si è annullato, manca ogni cosa, qualsiasi genere di infrastruttura.

Forse non c'è nulla di più contrastante con l'ambiente della danza in cui vivo, un mondo fatto di sogni e magia che non considera né povertà né disperazione. Nulla poteva farmi credere che dalla mia esibizione in occasione dell'apertura delle Olimpiadi invernali a Torino - durante le quali l'UNICEF ha promosso una campagna di raccolta fondi per il Sudan -, sarei proprio finito qui, in un luogo così lontano, sotto ogni punto di vista.

L'impatto è immediato e la misura me la dà il campo tendato dove alloggeremo durante i nostri tre giorni di visita. Essenziale, senza nessuna particolare comodità. Un luogo sicuro e protetto al centro di un paese dalla pace ancora incerta.

L'ufficio UNICEF di Juba ci accoglie con gentilezza, non c'è cerimoniale, non ci sono troppe frasi di circostanza, ma solo sostanza. Il primo briefing è con il responsabile della sicurezza delle Nazioni Unite che davanti ad una mappa dettagliata dell'area ci mostra i luoghi dove ancora persistono gli scontri tra diverse etnie. Tutto si complica in considerazione dei paesi confinanti: Repubblica Centro Africana, Congo, Uganda, Kenya, Eritrea ed Etiopia oltre al confine interno del paese tra nord e sud.

Ci vengono indicate una serie di precauzioni e cose da evitare, niente di paragonabile ai consigli che puoi ricevere nel nostro emisfero.

Qui anche la più piccola scintilla può scatenare una reazione violenta. La guerra non è lontana e la popolazione ha avuto troppa confidenza con armi e violenza. Il risentimento verso il Nord e tra le diverse etnie è ancora palpabile.

Solo nel 2005 è stato firmato un trattato di pace tra il Governo del Nord e il Sudan People's Liberation Army del sud (Spla), ma il leader carismatico del Sud, John Garang, proprio nel momento cruciale della ricostruzione, è misteriosamente rimasto ucciso durante un trasferimento in elicottero. Questo evento ha lasciato l'amaro in bocca, scatenando rabbia e scontri a Khartoum.
La pace ha comunque resistito, malgrado questo sia un paese diviso non solo geograficamente, ma anche culturalmente con l'opposizione tra il nord arabo musulmano e il sud, africano, cattolico o animista. Ex colonia britannica aveva come lingua ufficiale l'inglese. Dopo l'indipendenza il governo ha imposto l'arabo come lingua emarginando e sfruttando la popolazione del sud. Un mix esplosivo che è andato peggiorando a causa delle risorse petrolifere e dell'integralismo islamico cresciuto nell'ultimo decennio fino all'ospitalità di Osama Bin Laden su territorio sudanese.

La lotta tra Nord e Sud, resa ancora più complicata dal recente conflitto nel Darfur, ha dato vita a una guerra di decenni che solo ora vede la possibilità di una ricostruzione pacifica. Tutto si regge su un equilibrio delicatissimo, c'è una rete di contrasti tra etnie molto complessa e capillare, che coinvolge tutto il paese.

Durante la guerra circa 6 milioni di persone sono sfollate verso il nord e nei paesi confinanti: 4 milioni stanno faticosamente rientrando nel Sud, mentre gli altri 2 milioni dovranno aspettare per rientrare nel Darfur poiché lì il conflitto ancora in atto, è completamente uscito dal controllo generando una delle crisi umanitarie più gravi del globo.

Nel 2007, allo scopo di spartire le ricchezze del paese, soprattutto quelle petrolifere, si farà un censimento ed è per questo che molti sono spinti a tornare nel sud, ma molti luoghi sono ancora troppo poco sicuri per ristabilirsi definitivamente. Questa incertezza è utile al nord che può sperare su un conteggio di presenze sul suo territorio più alto durante il censimento e rendere così più vantaggiosa la spartizione a suo favore. Nel 2011 nel Sud seguirà un referendum per chiedere alla popolazione residente se desiderano la riunificazione del paese o la scissione.

Nel tempo che rimane della prima giornata visitiamo il Lologo Way Station nei pressi di Juba. È questo un luogo di transito per sfollati che stanno rientrando a casa. Molti sono fuori da oltre 20 anni, parlano in arabo e non in inglese (lingua ora ufficiale nel sud), non sanno cosa troveranno nei loro villaggi d'origine e cosa aspettarsi.

Per ora il campo di Lologo, gestito dalle varie ong sostenute dalle Nazioni Unite, offre un alloggio temporaneo ma sicuro, e fornisce loro cibo e assistenza sanitaria di base.

Nel campo vedo solo donne e bambini che, in meno di un attimo, ci circondano. Siamo la "novità del giorno".

Inizio a giocare con loro, vogliono essere considerati, fotografati e ripresi, malgrado le loro condizioni di vita nel campo. Sorridono, corrono, vogliono farsi prendere in braccio e questa è la prima sorpresa del viaggio.

Vicino alla pompa d'acqua messa a disposizione nel campo, alcune donne, tutte con figli a carico, riposano sotto un albero. Si riforniscono e percorrono lunghi tratti con un bidone colmo d'acqua in testa. Faccio amicizia con John, un bambino che avrà forse 5, 6 anni, mi sta vicino in ogni mio spostamento perfino dentro alla piccola tenda che ospita la clinica di primo soccorso allestita dall'UNICEF, è difficile andare via.

A conferma delle affermazioni dell'addetto alla sicurezza, sulla strada del ritorno tre persone visibilmente ubriache bloccano la nostra jeep, non succede nulla ma abbiamo la conferma della pericolosità della situazione.

La sera finisce con una breve gita sulle acque del Nilo molte persone stanno facendo il bagno alla luce del crepuscolo, alcune attraversano il fiume con lente imbarcazioni a remi; dopo Lologo, un posto irreale.

Roberto Bolle

Foto © Sheila McKinnon

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