MISSIONE IN SUD SUDAN: DIARIO DI VIAGGIO - terza parte

Juba (Sud Sudan), 27 luglio 2006 - La giornata si apre con la visita al Ministro dell'Educazione del Sud Sudan, ci illustrano la grave situazione delle scuole nel paese citandoci un interminabile elenco di tutto ciò che occorre per la ricostruzione degli impianti scolastici, per la fornitura del materiale didattico e per la formazione di nuovi insegnanti. Ci garantiscono che si sta lavorando molto anche per il reinserimento delle bambine nelle scuole «...educando le bambine, educhi la nazione» dice il Ministro.

Il problema della lingua è uno dei fattori prioritari. Quasi tutti i bambini sono stati istruiti in arabo, ora invece, nel Sud del Sudan si vuole reinserire l'inglese come lingua ufficiale, ma sono pochi i maestri formati per questo. Ci portano in visita alla Buluk Primary school, la prima scuola governativa in inglese; solo una parte è in muratura, il resto della scuola lavora sotto grandi tende bianche fornite dall'UNICEF. Tutti i bambini hanno infatti zainetti, libri e quaderni UNICEF, la scuola è frequentata da più di 4.000 ragazzi.

A seguire facciamo visita alla Usiratuna Feeding Centre and Sign Language School creata e gestita daL 1984 dall'OVCI, un'associazione italiana che aveva iniziato l'attività a Juba prima con una scuola primaria. Dopo la guerra è riuscita a conservare solo il centro nutrizionale e l'ala per disabili, bambini con disturbi motori o mentali irreversibili causati da malaria e altre malattie. Le donne del posto conoscono questo posto e percorrono periodicamente molti chilometri per portare qui i loro bambini per la riabilitazione motoria e linguistica. La scuola ospita circa 35 bambini, le aule sono fornite di banchi, libri, matite colorate esattamente come una scuola in Italia.

Nelson, che ha 7 anni, mi mostra il suo quaderno con in copertina la foto di Cabrini e Rossi durante il mondiale dell'82. Ama giocare a pallone ed è ben contento di mostrarcelo. Nell'aula vicina invece si insegna il linguaggio dei segni per bambini sordomuti. Dominique ha 8 anni e dice con le mani il suo nome con un buon ritmo, riconosce le lettere scritte sulla lavagna e legge attentamente le labbra dell'insegnante.

Ci accompagnano Eugenia e Manuela, che vivono qui da anni. Hanno resistito alla guerra e tenacemente conservano questo posto con decoro e pulizia, in grande contrasto con le altre scuole del paese. Manuela è una dottoressa e ci porta nella parte dedicata al centro nutrizionale, molte donne sono in attesa della visita per i loro bambini. Molti di loro mostrano gravi forme di malnutrizione, vengono pesati e controllati, tutte andranno via con un rifornimento alimentare per loro e per i propri bambini, fornito dal Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP). Dovranno tornare per le visite successive e la verifica dello stato fisico dei bambini.

Dopo una breve pausa e un pranzo rapido, mi incontro con un ex bambino soldato, è un incontro a due senza foto e riprese. L'UNICEF ha già contribuito a riportare a casa circa 400 bambini obbligati a combattere negli eserciti ribelli ugandesi. Nei casi più complessi, alcuni di questi ex-bambini soldato, vengono ospitati per un periodo di riabilitazione psicologica e scolastica. Così è successo a questo bambino di 13 anni del quale l'UNICEF mi chiede di non citare il nome per tutelarlo.

Il suo racconto mi cala in una realtà terribile: rapito a 9 anni, per 4 è stato sempre in movimento senza soste, senza riposo, con poco cibo, obbligato ad uccidere. Peggio ancora era per le bambine, usate come serve e abusate quotidianamente dai soldati. Tre mesi fa, durante una marcia forzata, è rimasto indietro. L'esercito regolare sudanese l'ha trovato, ma visto che imbracciava un mitra, gli hanno subito sparato. E' stato successivamente portato al centro dell'UNICEF dove sta ultimando la riabilitazione. Porta ancora le stampelle per le ferite; inizialmente parlava senza sosta, ora invece ha il problema contrario: sta elaborando e per lui è sempre più difficile raccontare e rendersi conto dell'inferno che ha vissuto per 4 interminabili anni.

Chiedo espressamente di poter visitare una casa o una capanna locale per andare più vicino alla gente. Visitiamo la casa di una coppia di anziani, hanno perso la figlia di AIDS e si sono presi carico della nipote e di altre due bambine rese orfani dal virus. Ci sono circa 100 nonne in città che ospitano bambini rimasti senza famiglia per colpa di questa malattia, sono sostenute da un'associazione privata in collaborazione con l'UNICEF.
L'AIDS non è ancora molto diffuso nel paese, ma con il rientro degli sfollati dall'Uganda e dal Congo il rischio di diffusione è più elevato.

Le bambine non hanno ancora fatto il test dell'HIV, non sanno se sono sieropositive, ma l'importante è che abbiano una famiglia che le ospita con affetto.

Cammino tra le case vicine, una famiglia mi ospita per mangiare qualcosa con loro, mi ritrovo a giocare con i bambini nel terreno davanti a casa. Vicino c'è una pompa d'acqua dove, senza sosta, donne e bambini si fanno carico di bidoni gialli per l'acqua. La mia visita sta per finire, il sole scende, sono così lontano dal mio mondo, ne sto prendendo coscienza molto velocemente; so cosa mi aspetta in Italia, non posso mollare, ma devo continuare a lavorare, lo devo fare per loro, per questi bambini che mi circondano e mi sorridono, cercano un contatto, un cenno di considerazione.

Roberto Bolle

Foto © Sheila McKinnon

prima parte - seconda parte - terza parte - quarta parte

Guarda le foto del viaggio in Sudan realizzate da Sheila McKinnon
Guarda lo spot e il videoclip sul sito di Unicef Italia